Ancora al carcere di Pavia

Stamattina sono andato in visita al carcere Torre del Gallo di Pavia. Non è la prima volta che mi reco in visita a questa struttura penitenziaria. Per la precisione oggi è stata la terza volta. Come le altre volte sono stato accompagnato dagli amici radicali Alessia Minieri e Stefano Bilotti.

Abbiamo constatato come le cose di fatto non sono cambiate più di tanto. Qualche piccolo miglioramento nella caserma della polizia penitenziaria e qualche tinteggiatura qua e la.

I detenuti si sono lamentati, come immaginabile, dei loro casi personali e di alcune difficoltà per permessi o altri aspetti di cui ritengono, a torto o a ragione (questo non lo so), di aver diritto.

Quello però che mi ha colpito di più è stata la loro più forte e convinta lamentela sulla mancanza di attività all’interno del carcere. L’ozio forzato mina il loro morale, la loro voglia di andare avanti nonostante tutto. Psicologicamente è devastante.

Soprattutto la mancanza di lavoro è percepita e vissuta malissimo. Non solo e non tanto per l’aspetto economico, che pure è importante, ma per la possibilità di trascorrere più utilmente le giornate. Le attività lavorative sono quasi esclusivamente limitate alla cucina e alla distribuzione dei pasti e impegna, ovviamente, una piccolissima percentuale di detenuti.

Inoltre la attività lavorativa potrebbe essere propedeutica al reinserimento nella società al termine della pena. Imparare un mestiere, migliorare i propri skill lavorativi in carcere sono per tanti un miraggio. Una volta fuori per loro le opportunità di trovare un lavoro sono veramente minime e il rischio della recidiva è altissimo.

Il proponimento che la pena detentiva nel carcere sia un periodo rieducativo non deve essere considerato un principio astratto, deve diventare realtà. Questo nell’interesse non solo del detenuto e dei suoi familiari ma anche della società che vedrebbe ridotto il numero di persone che uscendo dal carcere commettono nuovamente reati.

Il carcere non ci conviene che sia un “parcheggio” di persone.

Persone che, giustamente, non devono poter ripetere un reato e devono avere un periodo di ripensamento sui loro comportamenti delittuosi ma che hanno bisogno di capire che, una volta scontata la pena, la società è disponibile ad aiutarli nel loro reinserimento. Questo reinserimento inizia, di fatto, già all’interno del carcere garantendo il diritto allo studio a chi lo desidera (purtroppo mi sembra siano in pochi a richiederlo) e garantendo il lavoro sia dentro il carcere sia all’esterno (con le dovute accortezze).