In discussione generale, sulla nuova legge elettorale

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Orellana. Ne ha facoltà.

 ORELLANA (Misto). Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo qui ad esaminare un testo di legge proveniente dalla Camera, il cosiddetto Italicum, a cui si sono aggiunti in Commissione affari costituzionali gli emendamenti presentati dal Presidente di Commissione, che modificano sostanzialmente il testo, tanto da poterlo ribattezzare – come è stato fatto – Italicum 2 . In questo mio intervento mi soffermerò sul testo dell’Italicum 2, anche se alcune considerazioni valgono in ogni caso.

Come sappiamo, nella legge elettorale vanno contemperate le esigenze di governabilità e di rappresentatività. Nel testo dell’Italicum, sia 1 che 2, si riesce a garantire sicuramente il primo aspetto, la governabilità, ed anche in maniera condivisibile. L’assegnazione di un premio di maggioranza adeguato ci consentirà di avere un partito ed un Governo, espressione di tale partito, che governeranno auspicabilmente per un’intera legislatura e potranno, al termine di questa, essere più facilmente giudicati dagli elettori. Un simile Governo non avrebbe alibi legati alle inevitabili necessità di compattezza della coalizione o – per meglio dire – agli interni compromessi necessari per mandare avanti la coalizione. Inoltre, è un sistema che favorirà l’alternanza al Governi fra i partiti, che – a mio modesto parere – rappresenta una vera tutela per la democrazia. Infatti, è il sapere, o anche il solo temere che nella successiva legislatura si verrà sostituiti, e non si farà parte di una coalizione di governo, a rappresentare uno stimolo a dare il meglio per i nostri governanti, riducendo il rischio di corruzione e di mal governo.

In un periodo storico in cui scema la partecipazione popolare alla vita politica, anche se, fortunatamente, non l’attenzione alla politica, è importante evitare confusione di schieramenti con Governi di coalizione e di larghe intese, dove le identità politiche si confondono, oppure Governi troppo deboli perché dipendenti da maggioranze risicate. In questo ultimo caso i rischi di elezioni anticipate crescono e l’instabilità può arrecare profondi danni al Paese. Insomma, un premio di maggioranza garantisce la stabilità e la governabilità necessaria al Paese.

Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, la rappresentatività, che intendo come la possibilità di rappresentare in Parlamento le differenti visioni politiche presenti nel Paese, va detto che questa va favorita il più possibile, soprattutto se non collide in alcun modo con la governabilità. Non si capisce, quindi, la ratiodell’introduzione di uno sbarramento in ingresso al Parlamento, considerando inoltre che naturalmente il quorum per partecipare alla ripartizione dei seggi sarà elevato. Infatti, con 340 seggi su 618 già assegnati al partito di maggioranza, ne resterebbero solo 278 da ripartire tra tutti gli altri, e questo inevitabilmente alzerà il quorum di entrata. Mi sembra, quindi, inutilmente vessatorio introdurre uno sbarramento esplicito, sia esso ridotto al 3 per cento dei voti validi.

Le vere note dolenti su questo testo, però, si trovano nella parte relativa alla identificazione dell’eletto da parte degli elettori. Ritengo importante che ci sia un legame stretto tra l’eletto e il territorio di appartenenza. Assistiamo, infatti, troppo spesso a candidature, anche in caso di elezioni non parlamentari, di persone avulse dalle realtà locali, che però pretendono di poterle rappresentare. In questo senso è inaccettabile la candidabilità in ben dieci collegi, come previsto in questo testo. Tra l’altro, oltre a quanto già detto, questa pluricandidabilità creerà dei veri e propri king maker, che decideranno dove accettare il seggio e dove invece lasciare il posto al primo dei non eletti. Questo può creare situazioni paradossali. È incomprensibile, in quanto un plurieletto può fare entrare in Parlamento un suo sodale, magari solo in quanto membro della sua stessa corrente all’interno del suo partito, e questa scelta magari nonostante le poche preferenze ottenute dal candidato da lui favorito, e magari lasciando fuori un membro del proprio partito con più preferenze, e quindi con maggiore sostegno dei cittadini, ma meno vicino a lui politicamente, pur all’interno del suo stesso partito. È una situazione che disorienta i cittadini e aumenta proprio quella disaffezione alla partecipazione che preoccupa tanti, e spero tutti.

Situazione analoga è riferita alle preferenze, che in questo caso vengono mortificate come un aspetto residuale. Si sta decidendo, infatti, di procedere con la suddivisione dell’Italia in 100 collegi, dove verranno eletti i capilista dei partiti in primis e poi, nel caso di altri eletti in una stessa lista, i candidati con il maggior numero di preferenze.

Se la ripartizione dei seggi fosse uniformemente distribuita tra i 100 collegi, si potrebbe dedurre che ogni collegio eleggerà mediamente 6,18 deputati; quindi, un collegio medio eleggerà sei deputati. È molto probabile che la lista che ha ottenuto il premio di maggioranza eleggerà tre o quattro deputati: dunque un capolista e due o tre eletti con le preferenze. Gli altri partiti eleggeranno, invece, evidentemente il solo capolista o, nel caso di una forte presenza locale, magari anche un secondo eletto, quindi con le preferenze. In totale, si può stimare che stiamo parlando di non meno del 50 per cento eletto dei capilista (probabilmente nettamente di più) e, per essere ottimisti, al massimo di un 50 per cento di eletti con le preferenze. Certo, è un deciso miglioramento rispetto al 100 per cento degli eletti scelti dai partiti, come è stato fatto con il Porcellum che troviamo noi adesso, ma sicuramente si poteva fare di più.

Mi auguro, comunque, che la relazione stretta tra capolista e simbolo che troveremo nella scheda – com’è stato spiegato – stimoli comunque i partiti a presentare le candidature più valide possibili, effettuando così una selezione della classe politica che porti in Parlamento chi meglio può rappresentare i cittadini, e che porti pure l’applicazione di metodi democratici e meritocratici nella selezione da proporre nella lista dei candidati. Si avrebbe così, in un certo senso, l’applicazione dell’articolo 49 della Costituzione, laddove si richiede il metodo democratico nella partecipazione dei partiti alla vita politica. Temo, però, che questi auspici resteranno lettera morta, se si dovesse mantenere il meccanismo previsto.

Non mi sfugge, tuttavia – sia chiaro – che c’è sempre il rovescio della medaglia, e sappiamo bene come il sistema delle preferenze possa portare al voto di scambio in una relazione clientelare tra eletto e propri elettori. Questo però tecnicamente può avvenire solo se il voto risultasse riconoscibile. In passato – mi riferisco a qualche decennio fa, nella cosiddetta prima Repubblica – la possibilità di indicare una lunga lista di preferenze con dei numeri corrispondenti ai candidati portava, con le combinazioni possibili tra i numeri, alla riconoscibilità del voto e, di fatto, alla non segretezza dello stesso. Quindi, il voto clientelare era palese e garantito. Nel caso attuale, la doppia preferenza, tra l’altro di genere diverso, annulla di fatto questa possibilità e disinnesca questo meccanismo perverso.

In definitiva, ritengo sarebbe più opportuno e necessario che venga lasciata agli elettori la scelta del miglior candidato all’interno di una lista di candidati. Non ritengo, quindi, che la pluricandidabilità in ben dieci collegi e il problema delle preferenze, poco efficaci e – come ho già detto – utilizzate in maniera residuale, siano temi di poco conto, perché possono favorire o meno la disaffezione alle urne da parte dei cittadini, privati ancora una volta della possibilità di poter scegliere il proprio eletto. La lontananza dei cittadini dalla partecipazione al voto, l’aumento dell’astensionismo, la lontananza dei cittadini dalle urne è un vero rischio per la democrazia italiana e su questi punti bisogna assolutamente intervenire con dei correttivi.