Migranti: salvataggi europei ma accoglienza solo italiana

Continuano le polemiche, le prese di posizione, le dichiarazioni e tant’altro ancora sul continuo sbarco di migranti nei porti italiani.

Sono polemiche che non mi appassionano quindi provo, mettendo un attimo da parte la situazione contingente, a ripercorrere cosa è successo negli ultimi anni. Infine provo a fare delle proposte.

UNA BREVE CRONISTORIA

Dopo la caduta del regime di Gheddafi in Libia del 2011 inizia un periodo di instabilità politica in quel Paese che dura tutt’ora.

La Libia si disgrega e le tribù che comandano il Paese iniziano a organizzare direttamente o a collaborare con organizzazioni criminali che si occupano della tratta degli esseri umani.

Questo fenomeno si è acuito a partire dal 2013 perché si è acuita anche la crisi della Siria e dell’Irak e che ha portato alla fuga di tante persone da quei paesi. Una parte è fuggita verso la Turchia e i Balcani e una parte, magari minore ma non certo trascurabile, via mare verso Egitto e poi Libia.

Dalle coste della Libia e anche dall’Egitto iniziano le traversate con mezzi marini (pescherecci, barconi di legno, gommoni, etc.) verso l’Italia di tante persone in fuga.

A seguito della tragedia del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa che produsse centinaia di morti annegati l’Italia iniziò la operazione Mare Nostrum a fine ottobre di quello stesso anno. In tale operazione la nostra Marina Militare e la nostra Aeronautica Militare si sono adoperate nel salvataggio di decine di migliaia di persone che tentavano la traversata del Canale di Sicilia. L’unico obiettivo di tale operazione era proprio il salvataggio degli esseri umani.

L’Italia chiese aiuto all’Europa e solo la Slovenia diede un aiuto inviando una loro nave militare per collaborare all’operazione Mare Nostrum.

Gli altri Paesi Europei proposero invece di sospendere Mare Nostrum e di organizzare una nuova operazione ovvero Triton, ancora in corso, per il controllo delle frontiere. L’obiettivo di questa operazione è quindi il controllo delle frontiere marine dell’Europa e non quello del salvataggio delle vite umane che pure avviene ma, diciamo, come effetto collaterale. Operando in quelle acque non ci si può esimere dal soccorso in mare.

La fine di Mare Nostrum a ottobre 2014 (è durata giusto un anno) ha allarmato molte ONG in tutta Europa perché hanno considerato che nessun vascello si sarebbe occupato di salvare chi tentava, con mezzi di fortuna, di attraversare il tratto di mare dal Nord Africa all’Italia. Si sono così iniziate a organizzare alcune ONG: la prima è stata MOAS dei coniugi italo-americani Catrambone ma poi col tempo, dal 2015 in poi, anche altre: MSF, SOS Mediterranee, Sea Watch, SeaEye, e altre pronte alle attività SAR (Search And Rescue) come viene definita con sigla inglese la attività di salvataggio dei migranti.

Nel frattempo sul fronte ufficiale è nata anche la operazione EUNAVFOR MED European Union Naval Force Mediterranean (in italiano: Forza navale mediterranea dell’Unione europea) nata con l’obiettivo di contrastare le organizzazioni criminali che si occupano del trasporto di armi e dei migranti. Una missione simile a Triton ma molto più ambiziosa e con maggiori mezzi. Sia a Triton che alla operazione Sophia (nome assegnato per comodità e in ricordo di una bambina nata in una nave di soccorso della operazione EUNAVFOR MED) collaborano molti Stati dell’Unione Europea.

Anche l’operazione Sophia, come Triton, si vede spesso impegnata in operazioni SAR se necessario.

Riassumendo al salvataggio di migranti partecipano ora mezzi navali delle operazioni Triton e Sophia, di varie ONG e, se necessario, di mercantili che transitano in zona.

QUALCHE NUMERO SUI SALVATAGGI

I numeri dei salvataggi nel corso di questi anni (dal 2013 al 2017 in corso) sono cresciuti e nel 2016 si è arrivati a 180mila migranti sbarcati nei porti italiani, unici a riceverli sinora. Nel 2017 il trend in crescita si conferma e si stima che a fine 2017 si potrà arrivare a 200-210mila persone salvate. Si conferma inoltre che ci sono stati anche migliaia di morti in queste fortunose traversate.

L’Italia in questi anni ha affrontato con grande umanità e abnegazione quest’opera di salvataggio e di questo noi italiani dobbiamo essere fieri. Del salvataggio di esseri umani non bisogna mai pentirsi. Anzi bisogna esserne fieri.

ITALIA, EUROPA, MIGRANTI … UNA RELAZIONE DIFFICILE

Gli altri Paesi Europei ci hanno aiutato nel salvataggio delle persone con mezzi economici, navali, militari ma ci stanno aiutando poco o nulla nell’accoglienza e nella auspicabile integrazione.

Per molto tempo siamo stati accusati dall’UE di non saper gestire bene gli arrivi in quanto non costringevamo tutti i migranti a lasciare le impronte digitali, perché impiegavamo troppo tempo nel decidere se il migrante aveva diritto o meno all’asilo, per non organizzare gli hotspot alias centri di detenzione, di non occuparci adeguatamente dei rimpatri verso i Paesi d’origine, etc.

L’Italia ha reagito correggendo quando c’era da correggere. Ora tutti coloro che sbarcano in Italia lasciano le impronte digitali in modo da poter essere inserite nel sistema europeo e, nel caso un migrante venga identificato in altro paese europeo, rispedito in Italia in quanto paese di primo approdo. I tempi di decisione sulle domande di asilo è stato ridotto (con una modalità che a me non piace ma che è efficace). Abbiamo incrementato, anche se di poco, i rimpatri con accordi con i paesi di origine.

In cambio di queste correzioni (che hanno fatto parlare persino di sistema comune europeo di asilo) e in generale come forma di solidarietà, gli Stati Europei si erano impegnati solennemente nell’autunno 2015 con decisione vincolante del Consiglio Europeo nella ripartizione (relocation in inglese) in quote nazionali di 160mila migranti all’epoca presenti in Italia e Grecia.

Sono passati quasi 2 anni e i numeri delle relocation sono risibili. Poche migliaia di migranti han lasciato l’Italia e la Grecia. Nessun Paese ha mantenuto l’impegno. Nessuno.

Alcuni addirittura hanno rivendicato il diritto di non doverlo fare mai. Mi riferisco ai Paesi del cosiddetto gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca) che hanno firmato un impegno ma poi lo rinnegano.

Nessuna sanzione per queste decisioni. Qualche critica di circostanza, qualche blanda condanna da parte dei vertici UE. Nulla più.

In questa situazione occorre essere realisti e smettere di sperare in un concreto aiuto europeo.

Per diminuire il numero degli arrivi bisogna agire, se necessario, anche da soli, in Africa.

UN PAIO DI PROPOSTE

Provo a indicare due possibili linee d’azione.

L’Italia dovrebbe ottenere il via libera dalle Nazioni Unite di passare alla fase 3 della operazione Sophia ovvero avere la possibilità di intervenire in acque territoriali libiche per un più efficace contrasto al traffico di esseri umani e di armi. In questo anno 2017 l’Italia è membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e non dobbiamo lasciarci sfuggire la possibilità di porre al massimo consesso mondiale la questione dei migranti provenienti dalla Libia.

Occorre inoltre garantire che le carovane di camion che attraversano il Sahara dal Niger (da Agadez in particolare) vengano fermate. Secondo il report annuale di Frontex Agadez è cruciale nel transito di migranti originari della Nigeria, del Benin e altri stati africani verso la Libia. Questo dato è confermato dal report 2016 dell’IOM (Organizzazione Mondiale dei Migranti) sui flussi migratori che riporta come il 92% dei nigeriani attraversi il Niger per raggiungere la Libia.

Come noto, il Niger è una ex-colonia francese strategica per l’approvvigionamento di uranio delle centrali nucleari d’Oltralpe e quindi bisognerebbe agire di concerto con la Francia nel fare pressioni sul Niger affinché interrompa questo intollerabile traffico di esseri umani. Alla Francia non chiediamo più la disponibilità dei porti per lo sbarco dei migranti; è un esercizio inutile. Chiediamogli invece un impegno concreto e congiunto in Niger.

Tutte le rotte che attraversano il Sahara, insomma, dal Ciad, dal Sudan, dal Niger, vanno fermate in modo che le persone non riescano più arrivare in Libia che, per loro, è solo un paese di transito verso l’Europa.

Solo così risolveremo l’emergenza migranti. Facciamogli mancare la “materia prima” all’orribile “industria” dei trafficanti di esseri umani.