No al reato di clandestinità: ingiusto, inutile e dannoso

Si discute in questi giorni della abrogazione del reato di ingresso illegale in Italia. Il cosiddetto reato di clandestinità.

Si tratta della abrogazione del solo art.10-bis del Testo unico delle immigrazioni e non di altri (resterebbe in vigore, ad esempio, l’art.10 che tratta del respingimento e quindi della espulsione).

Sono d’accordo per questa abrogazione per una serie di ragioni.

E’ innanzitutto ingiusto moralmente sanzionare un individuo che semplicemente attraversa la frontiera italiana ed entra in Italia senza fare del male a nessuno. Il mero ingresso in Italia non può essere considerato alla stregua di un illecito penale.

E’ un reato che attualmente prevede una sanzione solo pecuniaria di impossibile riscossione. E’ prevista solo una contravvenzione fra 5mila e 10mila euro che di fatto nessun migrante è in grado di pagare. E’ quindi del tutto inutile.

Inoltre il migrante che entra illegittimamente in Italia subisce un processo penale coi sui 3 gradi di giudizio. Nel processo penale giustamente l’imputato ha diritto a un avvocato, spesso d’ufficio perché il migrante non ha possibilità economiche. Questo ha un costo per lo Stato. Una volta riconosciuto colpevole con sentenza di primo grado il migrante ha diritto all’appello che richiede tempi lunghi. In attesa dell’appello non può essere espulso dall’Italia e ha, a questo punto, il diritto a rimanere in Italia. Un diritto che prima non aveva ora lo acquisisce! Se l’obiettivo è di espellere il prima possibile i migranti illegittimamente entrati in Italia questo diventa un vero e proprio autogol. Questo diritto a permanere sul territorio nazionale lo mantiene sino a una sentenza passata in giudicato.

Il migrante che entra illegittimamente in Italia viene aiutato spesso da una organizzazione internazionale criminale come è stato dimostrato dalle importanti operazioni Glauco I e Glauco II effettuati dalla DDA di Palermo. In questo caso il migrante è vittima di un reato ben più grave ovvero della tratta di essere umani e lo Stato ha maggiore interesse a colpire questo gravissimo reato. Il migrante è sia vittima sia reo di due reati diversi: vittima del reato di tratta di persone e reo del reato di ingresso illegali in Italia. Questo ha delle importanti conseguenze. Vediamo quali.

Per perseguire il ben più grave reato di tratta di persone la vittima deve testimoniare nel processo contro gli scafisti ma non si tratta di un semplice testimone ma viene considerato, giustamente, indagato di reato connesso o collegato. Conseguentemente, oltre ad essere assistito da un avvocato (a carico dello Stato), ha diritto di non parlare. Essere indagato i imputato per reato connesso o collegato gli consente di avvalersi della facoltà di non rispondere a differenza del semplice testimone che invece ha l’obbligo di rispondere alle domande dei giudici. Evidentemente la facoltà di non rispondere danneggia sia l’accertamento della verità delle indagini sia lo svolgimento del processo contro gli odiosi scafisti.

Un altro grosso problema è rappresentato dal diverso sistema di valutazione delle dichiarazioni di questi soggetti. Secondo il sistema processuale italiano, le dichiarazioni del testimone non richiedono un cosiddetto riscontro esterno. Se sono vittima di una rapina, per il solo fatto che descrivo il rapinatore, che il mio racconto è comunque concordante con la dinamica dei fatti e così via, il colpevole può essere condannato sulla base delle mie sole dichiarazioni. Nel caso di un indagato di reato connesso o collegato, invece, secondo la giurisprudenza della Cassazione e il nostro sistema processuale, articolo 192 e così via, occorre un’attività di corroborazione esterna, cioè un riscontro esterno a quello che è stato detto, che può essere dato dalle dichiarazioni di altri, ma che in genere dovrebbe essere qualcosa di diverso.

Il fatto, in definitiva, che il migrante trasportato dallo scafista sia reo del reato di clandestinità è dannoso alle indagini nella lotta alle organizzazioni criminali che lucrano cifre enormi sulla tratta di essere umani disperati.

Illuminante per queste ultime considerazioni da me qui riportate è quanto ci ha riferito al Comitato bicamerale Schengen il procuratore della DDA di Palermo Calogero Ferrara lo scorso 10 settembre. Ecco qui il link al resoconto stenografico.

In conclusione, l’abrogazione dell’art.10-bis del testo unico dell’immigrazione è utile necessario. L’ingresso illegale in Italia resterebbe un semplice illecito amministrativo ma sanzionato con una concreta espulsione. Tutto più semplice e immediato.