Populismo senza risposte

L’anno 2017 si presenta come un anno in cui ci saranno importanti appuntamenti elettorali in Europa: Francia, Germania, Turchia per tacer dell’Italia. Nel 2016 abbiamo già visto esiti elettorali più o meno sorprendenti, all’opposto di quanto prevedevano i sondaggi, per esempio. Mi riferisco alle elezioni in USA e il referendum in UK. Nelle elezioni negli Stati Uniti d’America in particolare abbiamo assistito allo scontro fra due candidati che sono stati identificati dagli elettori americani come espressione dell’establishment, la Clinton, e dell’anti-establishment, Trump. Questa contrapposizione già presente in passato è esplosa e ha portato alla vittoria dell’attuale presidente che, dopo pochi giorni dall’insediamento, è già in calo di popolarità e gradimento.

Rispetto ai paesi europei e, in particolare, l’Italia la situazione statunitense è ben diversa. La maggior parte delle grandi multinazionali che dominano l’economia mondiale hanno sede in USA e fanno sentire tutto il loro peso nelle decisioni politiche. Abbiamo visto, negli anni, ad esempio, come prima della COP21 di Parigi gli USA fossero molto timidi nella politica ambientale proprio per le pressioni delle multinazionali del petrolio.
In Italia abbiamo invece un tessuto industriale basato invece su PMI e con poche grandi multinazionali. Comunque anche in Italia stiamo assistendo a una simile contrapposizione fra schieramenti, partiti, movimenti anti-sistema (in Italia è meglio usare la denominazione in italiano) e quelli associati al sistema o almeno associati al mantenimento dello status quo. In Italia, in questa Italia che faticosamente e troppo lentamente incrementa il PIL, sembrano prevalere le forze politiche anti-sistema. Un “sistema” che identifichiamo principalmente con la Unione Europea e con la grande finanza che utilizza a proprio beneficio la globalizzazione e la libera circolazione dei capitali.
Quale risposta danno le forze politiche anti-sistema a questa crisi economica e sociale? La risposta populista è la banalizzazione dei problemi, il proporre soluzioni semplici a problemi complessi parlando alla “pancia” degli elettori dimenticando e addirittura, se necessario, rinnegando principi e valori di solidarietà umana. Cercando nemici e non soluzioni. Esasperando e non razionalizzando i problemi, le sfide.
Questa è una deriva che non condivido e che mi ha, di fatto, allontanato idealmente da Grillo e il suo movimento che si proclama ora orgogliosamente populista. L’allontanamento fisico dal M5S è invece avvenuto traumaticamente con una espulsione illegittima nel febbraio di 3 anni fa.
Quello che invece dobbiamo disinnescare è un “sistema” che sta aumentando le disuguaglianze fra ricchi e poveri: i ricchi sempre più ricchi e i poveri più poveri; incrementando la forbice fra nord e sud del Paese con il Sud in grave e crescente difficoltà; dilatando le disuguaglianze fra centro e periferia delle città e fra città (penso a Milano che regge il confronto e la concorrenza con le altre città europee) e campagne che invece si spopolano e si impoveriscono.
L’incremento del coefficiente di Gini, che indica il livello di distribuzione della ricchezza, dell’Italia che è passato da 0.40 nel 1990 a 0.52 del 2010 è una chiara indicazione dell’aumento delle disuguaglianze.
Ma combattere questo come? Puntando sull’aumento della occupazione oppure sulle forme di sostegno al reddito? Abbiamo idee, strumenti, soldi per sostenere entrambi questi obiettivi che non vanno posti in antitesi? Come e dove trovare le risorse? Che ruolo deve avere lo Stato sull’auspicabile aumento della occupazione: più presenza diretta nella economia o più sostegno alla imprenditoria privata favorendone gli investimenti produttivi? Lo Stato deve avere una presenza forte e diretta magari limitata ai settori strategici o si deve limitare a fornire migliori servizi, nel senso di infrastrutture, regole certe e giustizia rapida, agli imprenditori privati?
Le domande sono dunque difficili, le risposte complesse e richiedono determinazione oltre che chiarezza nei metodi e negli obiettivi. Bisogna operare delle scelte, definire priorità anche solo temporali.
Questo non si fa riducendo tutto al complottismo dei “poteri forti”, al “sono tutti corrotti” e al “solo noi siamo onesti” del populismo di casa nostra che invece non risolve alcun problema. E’ l’approccio sbagliato, è la ricerca del nemico da colpire e non della soluzione da condividere e portare avanti.
L’Italia e l’Europa hanno bisogno di altro, hanno bisogno di competenza, di etica e di responsabilità per raccogliere le sfide che ci propone questo futuro così incerto.